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Joe Biden batte Donald Trump: tutti i numeri di un’elezione storica

Eletta con lui la vicepresidente Kamala Harris, prima donna a ricoprire il ruolo nella storia degli Stati Uniti. Trump non si congratula e non riconosce la vittoria ma avvia una serie di azioni legali e di riconteggi

 

È arrivata solo sabato, dopo quattro giorni di attesa, la notizia che tutto il mondo aspettava dalla notte di martedì 3 novembre, il giorno delle elezioni presidenziali: Joe Biden ha battuto Donald Trump ed è divenuto il 46esimo Presidente degli Stati Uniti. Il primo grande network a sbilanciarsi e ad attribuire la vittoria è stato CNN – la tv da sempre critica nei confronti di Donald Trump e dal Presidente ribattezzata «fake news CNN» – che nella mattinata di sabato aveva considerato il distacco ottenuto da Joe Biden in Pennsylvania ormai incolmabile per il Presidente in carica, permettendo al candidato democratico di raggiungere il fatidico numero di 270 grandi elettori necessari per la vittoria. Il ritardo nella proclamazione del voto era stato ampiamente previsto: gli oltre 65 milioni di voti via posta – un numero mai neanche lontanamente così alto – dovuti all’emergenza Coronavirus, hanno rallentato lo spoglio della notte elettorale. I voti via posta facevano parte dei 100 milioni circa di voti anticipati rispetto al giorno delle elezioni, secondo una pratica esistente negli Stati Uniti, e hanno portato il totale dei voti a circa 160 milioni, il 66% degli aventi diritto, un record di oltre un secolo.

Michigan e Wisconsin, gli Stati democratici da anni che nel 2016 avevano tradito Clinton consegnando la vittoria a Donald Trump, si sono nuovamente colorati di blu, il colore del Partito democratico, dopo un primo spoglio favorevole al Presidente in carica. Anche questo era stato ampiamente previsto, nonostante i commenti della notte elettorale: la maggior parte dei voti via posta sono stati inviati dagli elettori del Partito democratico, mentre Trump aveva più volte affermato senza alcuna prova che questa modalità di voto avrebbe portato ad un’enorme truffa, esortando i suoi elettori ad andare ai seggi di persona. Si attendeva quindi un primo spoglio favorevole al Presidente negli Stati in bilico, sebbene qualcuno sognasse un’onda blu più travolgente che consegnasse sin da subito la vittoria a Joe Biden. Quell’onda non c’è stata, ma non per questo la vittoria di Biden è meno larga: il nuovo Presidente eletto ha strappato ai repubblicani almeno 3 stati (Michigan, Wisconsin e Pennsylvania) rispetto alle precedenti elezioni, e con ogni probabilità vincerà anche in Arizona e Georgia, stati da sempre repubblicani, dove l’ultima manciata di voti deve essere processata. L’ultimo Presidente democratico a vincere in Georgia era stato Bill Clinton nel 1996, originario della vicina Arkansas, e prima di lui Jimmy Carter negli anni Settanta. La vittoria in Arizona, invece, di lunghissima tradizione repubblicana è stata secondo alcuni spinta dall’essenziale appoggio ai democratici della vedova del Repubblicano John McCain, senatore dello Stato fino alla sua morte nel 2018 e sfidante di Obama nel 2008, insultato da Trump.

Anche la Pennsylvania, parte di quella Rust Belt operaia favorevole a Donald nel 2016, si era inizialmente tinta di rosso – il colore dei repubblicani – salvo poi vedere un crescente vantaggio di Biden, che al 98% delle schede scrutinate è avanti di 45.000 voti nello Stato. Proprio quel vantaggio ha spinto i network a proclamare la sua vittoria e ha permesso a Biden, che neppure si era ancora autoproclamato vincitore – a differenza di Trump – di tenere un discorso nella serata di sabato da Wilmington, la sua cittadina nel Delaware, insieme alla sua vice eletta, Kamala Harris. Il ticket presidenziale ha ottenuto risultati storici: Biden è il Presidente eletto con il più alto numero di voti nella storia degli USA, complice anche l’affluenza record, con un distacco di oltre 4 milioni di voti rispetto al Presidente in carica. Kamala Harris è la prima donna a ricoprire la carica di vice presidente nella storia degli Stati Uniti, nonché la prima nera e la prima asio-americana. Pochi erano riusciti a cacciare un Presidente dalla Casa Bianca dopo il primo mandato – sì, Trump potrebbe ricandidarsi nel 2024, considerando che il numero massimo di mandati per ciascun Presidente è due – tra questi Bill Clinton, che nel 1996 sconfisse H.W. Bush. La sconfitta di Trump, tuttavia, non è una sconfitta del trumpismo: il Presidente ha ottenuto oltre 71 milioni di voti, ed è riuscito incredibilmente ad allargare la sua base elettorale. Ha movimentato un numero record di elettori in Florida e Ohio –  due swing-states considerati necessari per vincere le elezioni – e in Texas, che i democratici sognavano di conquistare per la prima volta dopo decenni. Trump è riuscito a vincere in tutti e tre gli Stati, e nonostante questo a perdere le elezioni. La perdita della Rust Belt è stata decisiva, ma a questa si è unita la vittoria dei democratici in due Stati tradizionalmente repubblicani, Nevada e Arizona – il primo vinto per un soffio anche da Clinton nel 2016 – nonché la probabile e storica vittoria in Georgia.

Il 3 novembre negli Stati Uniti non si eleggeva solo il Presidente: erano in palio tutti i 435 seggi della Camera e 35 seggi del Senato, oltre a numerosissime elezioni locali. I democratici hanno perso seggi alla Camera, dove hanno comunque mantenuto la maggioranza – 213 a 199 – e non sono riusciti a ribaltare i numeri al Senato: al momento la situazione è di 48 seggi ai democratici e 48 ai repubblicani, con 4 corse non ancora chiuse. Di queste, due andranno certamente ai repubblicani – quelle di North Carolina e Alaska – mentre i due seggi della Georgia andranno al ballottaggio il 5 gennaio prossimo. I democratici devono sperare di ottenerli se non vogliono avere un Senato in mano ai repubblicani che renderebbe vane molte delle iniziative del Presidente, costretto a contrattare continuamente per ottenere l’appoggio della camera più alta del Congresso.

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